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LO STUDIO BROGI A FIRENZE

Da Giacomo Brogi a Giorgio Laurati

Di Silvia Silvestri

AFT Anno X numero 20 Dicembre 1994

Sul Lungarno delle Grazie, al n°15, è ancora riconoscibile lo Stabilimento Giacomo Brogi; sono scomparsi i lucernari che in basso illuminavano le porte d’ingresso, la grande scritta in alto sopra le finestre del primo piano “Fotografia – Stabilimento Brogi”, ed anche gli stemmi del re d’Italia, della regina d’Inghilterra, del Re del Wurttemberg e della regina di Serbia che si trovavano nelle quattro roste terrene, ma la struttura della facciata, nonostante i segni del tempo, è rimasta quella originale, così come la descriveva l’inviato del “Corriere italiano” il 29 Ottobre 1888, giorno dell’inaugurazione dello stabilimento rinnovato ed ampliato. “ La nuova facciata in pietra serena… costruita nello stile del principio del ‘600, ha linee svelte, ben armonizzate, giuste proporzioni. Su quattro robuste arcate spicca a leggiadre ed eleganti proporzioni il primo ed unico piano a quattro arcate più sfogate, con terrazzini e balaustre, tramezzate da lesene coronate di eleganti capitelli in perfetta armonia di stile”.


All’interno dell’edificio rimane ben poco di quanto descritto: si legge di due grandi sale al piano terreno decorate ed arredate con grande eleganza. In una di queste il pittore Tetti aveva decorato il soffitto con una rappresentazione della Fama che svolge una cartella nella quale sono scritti i nomi di Giambattista Porta, Niepce, Daguerre e Arago; si parla di un gabinetto per toeletta di ambientazione marinaresca che si trovava accanto al salone-terrazza con vista sul Piazzale Michelangelo ed illuminato da grandi finestroni dotati di meccanismi per la regolazione della luce, sul soffitto un dipinto a tempera sulla scoperta della fotografia.

Di tutto quello che viene descritto in quelle pagine resta l’affresco di uno dei saloni del piano terra raffigurante degli amorini che giocano con le rondini e la bella scalinata in marmo di Carrara con mosaici di marmi colorati sui due pianerottoli a comporre le scritte “Luce” ed “Arte”, a metà scala un lampadario a gas, le ringhiere con motivi floreali riportano le iniziali G.B. Infine gli stucchi sulle pareti delle scalinate e del lucernario che rappresentano le varie fasi del lavoro che lì si svolgeva. Sono questi gli elementi riconoscibili di quello spazio che era stato creato su misura per accogliere al meglio i rappresentanti di un ambiente ricercato ed intellettuale quale era il capoluogo toscano e organizzato perfettamente per rispondere alle necessità operative dei fotografi.


La cerimonia di inaugurazione ebbe una grande partecipazione della stampa, non solo italiana ma anche estera; gli inviati de “La Nazione”, “il Corriere di Napoli”, “il Corriere della Sera”, “Il Secolo”, “la Gazzetta Piemontese”, “Le Figarò”, “Le Progrès Photographique”, tanto per citarne alcuni, furono invitati a visitare i locali, poi fatti sedere nella sala dove era servita una sontuosa colazione; infine i partecipanti vennero fotografati in gruppo e singolarmente e ricevettero in dono un album. La giornata fu sicuramente di grande effetto ai fini promozionali e non ci meraviglia che fosse stato Carlo Brogi ad organizzarla: egli suppliva alla modesta conoscenza della tecnica fotografica con il gusto raffinato e con la grande abilità commerciale.


diplomi

Carlo era un rappresentante esemplare di quella generazione di fotografi che fece della fotografia una industria amministrando abilmente lo Stabilimento e mantenendo inalterato quello stile particolare nelle vedute ma soprattutto nel ritratto che il padre Giacomo aveva definito. Questi aveva seguito lo stesso percorso formativo di Leopoldo Alinari, partendo dall’incisione per giungere all’attività di fotografo.
Nato il 1822, inizia a lavorare all’età di undici anni presso l’editore Batelli, in seguito è al servizio come ritoccatore del calcografo Achille Paris e dopo il 1846, anno del suo matrimonio con Enrichetta Baldelli, lavora principalmente su commissione del calcografo Luigi Bardi. Iniziata un’attività in proprio stampando indirizzi, etichette e stemmi, Brogi acquista una certa notorietà a Firenze.

Intorno al 1856 inizia ad interessarsi alle possibilità che offriva una tecnica che stava allora facendosi strada, quella fotografica, che gli avrebbe permesso di riprodurre le stampe che aveva accuratamente collezionato negli anni di lavoro come ritoccatore, e in generale tutte quelle opere d’arte le cui riproduzioni, era sicuro, avrebbero avuto un grande smercio presso appassionati, studiosi e turisti. In mancanza di mezzi e delle conoscenze tecniche necessarie ad iniziare una tale attività, Giacomo Brogi si mette in società con il fotografo-ritrattista Sollazzi per realizzare ritratti di personaggi famosi da inserire negli stemmi da lui stampati. Dopo essersi dedicato esclusivamente al commercio di fotografie nel periodo compreso tra il 1856 e il 1859, Brogi acquista dal socio 300-400 negative e tutto il necessario per la stampa delle positive fotografiche quindi, sciolta la società, fonda la ditta “Giacomo Brogi fotografo” con capitale di 1000 lire toscane.

donna seduta

Nel 1864 sposta lo stabilimento in Corso Tintori; prima di questa data abbiamo già notizie sulla sua attività come fotografo alla famosa Esposizione Italiana tenuta a Firenze nel 1861 dove presentò alcune “Fotografie naturali e colorite di quattro grandezze” e nel 1863 fa stampare un catalogo “dei soggetti artistici” di sua produzione.
Le campagne fotografiche dello Stabilimento coprirono buona parte del territorio italiano, in particolar modo il centro sud, mentre del nord abbiamo una buona documentazione limitatamente a Venezia, Genova e Milano; riportando fotografie di vedute, dei costumi regionali e di opere d’arte e fornendo così immagini all’editoria che stava via via sostituendo l’incisione con la fotografia. Oltre alla funzione puramente documentaristica, si nota nelle scelte dell’inquadratura, nell’utilizzo dei viraggi: dall’azzurro, al seppia, al giallo, nell’uso dei cartoni colorati, l’intento del fotografo di togliere alle immagini la durezza della realtà, conferendo loro, come voleva il gusto dell’epoca, un aspetto più pittorico.